Sanremo cambia volto, ma non dimentica. L’assenza di Peppe Vessicchio racconta il peso silenzioso della musica dal vivo.
Quando si accendono le luci dell’Ariston e parte la sigla, c’è un dettaglio che quest’anno pesa più di altri. Non è una canzone, non è un volto in gara, non è nemmeno una scelta di scaletta. È un’assenza riconoscibile, una di quelle che non hanno bisogno di essere annunciate per farsi notare. Il Festival di Sanremo inizia senza Peppe Vessicchio, e il vuoto che lascia racconta molto più di quanto sembri.

Per decenni, la sua figura è stata parte integrante del racconto sanremese. Non solo come direttore d’orchestra, ma come presenza costante, familiare, capace di rendere visibile un lavoro che normalmente resta nell’ombra. In un contesto televisivo che corre veloce, Vessicchio ha sempre rappresentato un tempo diverso, quello della musica suonata, preparata, condivisa con decine di musicisti.
Il volto dell’orchestra davanti al grande pubblico
Il Festival di Sanremo ha avuto molti direttori, molti arrangiatori, molte firme importanti. Ma pochi sono diventati riconoscibili anche per chi non mastica musica. Peppe Vessicchio sì. Il suo modo di stare sul palco, il gesto misurato, lo sguardo costante verso l’orchestra, hanno trasformato la direzione in un atto comprensibile anche per il pubblico generalista.
Non era solo una questione tecnica. Era una questione di postura culturale. Vessicchio ha sempre mostrato che l’orchestra non è un contorno, ma una parte viva dell’esecuzione. A Sanremo, dove la canzone è spesso percepita come prodotto finito, il suo lavoro ricordava che dietro ogni brano c’è una costruzione collettiva, fatta di arrangiamenti, ascolto reciproco e responsabilità condivisa.
La sua assenza, oggi, non è solo la mancanza di un nome nei credits. È l’assenza di un ponte. Un ponte tra musica colta e musica popolare, tra televisione e sala prove, tra chi suona e chi ascolta da casa. In un Festival che cambia linguaggio, ritmo e pubblico, quella funzione di mediazione diventa improvvisamente evidente proprio perché non c’è più.
Un’eredità che va oltre una singola edizione
Parlare di Peppe Vessicchio significa parlare anche degli orchestrali, dei professionisti che ogni anno danno corpo al suono del Festival. Musicisti che arrivano da esperienze diverse, che si confrontano con generi lontani tra loro e che devono trovare, in pochi giorni, un equilibrio comune. La direzione, in questo contesto, non è comando, ma ascolto.
È questo uno dei lasciti più forti di Vessicchio: l’idea che dirigere significhi tenere insieme, non imporsi. Un’idea che ha contribuito a rendere l’orchestra di Sanremo un organismo riconoscibile, capace di adattarsi senza perdere identità. Anche per questo la sua assenza pesa. Perché ricorda quanto sia fragile, e preziosa, la continuità musicale in un grande evento televisivo.
Il primo Festival senza Peppe Vessicchio non è solo una pagina che si volta. È un’occasione per accorgersi di quanto certe figure abbiano inciso nel tempo, senza clamore. E forse, mentre le canzoni scorrono e il Festival fa il suo corso, qualcuno si sorprenderà a pensare che sì, quell’assenza si sente davvero. Perché la musica dal vivo, quando è guidata con rispetto e competenza, lascia tracce che restano.





