All’Ariston il suono non nasce da solo: dietro ogni strofa c’è un’orchestra che respira, un direttore che decide il passo, mani che trasformano carta in musica. Sanremo è anche questo: lavoro, cultura viva, artigianato sonoro.
Sanremo non è solo voci e luci. È soprattutto orchestra, partiture, prove. Ogni brano in gara arriva con arrangiamenti scritti ad hoc. In platea, una sessantina di musicisti dà corpo a quel suono che in TV sembra naturale. Naturale non è. È frutto di metodo e ascolto.

In diretta, la musica dal vivo chiede disciplina. Si lavora con tempi stretti. Le canzoni devono stare in pochi minuti. Capita un taglio all’ultimo, una tonalità spostata, un finale riscritto. Gli orchestrali leggono, reagiscono, tengono il tempo. È un mestiere serio, poco visibile e decisivo.
Cosa fa un direttore a Sanremo
Il direttore d’orchestra non agita solo la bacchetta. Media tra palco e buca, tra regia TV e fonici. Traduce le scelte artistiche in gesti chiari. In prova coordina la forma della canzone, pulisce gli attacchi, calibra i volumi. In diretta fa da faro. Tiene insieme il click in cuffia, gli inserti elettronici, gli stacchi della telecamera. Quando il cantante rallenta, il direttore decide se seguirlo o riportarlo in griglia. È equilibrio tra rigore e respiro.
Negli anni Sanremo ha avuto firme importanti. Vince Tempera ha legato il suo nome a molte edizioni con solidità artigianale. Pinuccio Pirazzoli ha unito mestiere pop e attenzione per i dettagli orchestrali.
Bruno Santori ha guidato la Sanremo Festival Orchestra per stagioni decisive. Enzo Campagnoli e Fio Zanotti hanno costruito ponti tra suono televisivo e sala da concerto. Mauro Pagani ha curato direzioni musicali capaci di rinfrescare il repertorio senza snaturarlo. Questi nomi dicono una cosa semplice: la qualità è una squadra.
Dietro c’è un corpo vivo. Archi che sostengono la melodia. Fiati che colorano i ritornelli. Ritmica che chiude il mix e fa avanzare il brano. Arpa, percussioni, pianoforte. Gli orchestrali arrivano preparati, ma in sede affinano tutto. Lavorano su dinamiche e respiri. In tre prove devi essere pronto. Non c’è seconda chance. È professionalità, non magia.
Peppe Vessicchio, un’eredità che suona ancora
Peppe Vessicchio è diventato volto pop senza smettere di essere maestro. Ha reso l’orchestra riconoscibile al grande pubblico. Ha spiegato, con la calma dei gesti, che tra musica colta e musica pop c’è continuità. Le sue introduzioni pulite, i controcanti di archi, la cura dei bassi: dettagli che hanno insegnato ad ascoltare.
Della sua scomparsa si deve parlare con misura, ma resta un fatto incontestabile: la sua eredità culturale è già attiva, negli arrangiamenti che molti giovani studiano, nei direttori che ne citano l’approccio, nel pubblico che lo associa istintivamente alla parola “orchestra”. È il segno di chi ha trasformato un ruolo tecnico in linguaggio comune, senza effetti speciali.
Oggi la diretta TV chiede efficienza e impatto. Ma la tradizione non è un ostacolo. È un complice. Quando la orchestra di Sanremo suona davvero, la canzone acquista profondità, prospettiva, memoria. È un invito a fidarsi del suono dal vivo, dei suoi imprevisti controllati. In un tempo di tracce perfette, non è forse quell’impercettibile vibrazione umana a farci restare in ascolto un secondo in più?





