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Musica

Sanremo: cosa succede davvero nell’orchestra che non vediamo in tv?

Prima che il jingle parta e i riflettori chiamino il cantante, sotto il palco dell’Ariston c’è una città in miniatura che si sveglia: mani che scaldano, sguardi che si cercano, respiri che si allineano. È lì che la canzone diventa scena, tra legno, metallo e silenzi che tengono il tempo.

Sanremo: cosa succede davvero nell’orchestra che non vediamo in tv?

Quando la regia accarezza il palco, la “buca” scompare. In tv arrivano solo applausi, sorrisi, un inchino. Ma dietro quel gesto c’è un patto. Un patto tra voce e strumenti, tra chi racconta e chi regge il racconto. Lo capisci dai dettagli: l’istante in cui il cantante si gira, il cenno rapido al maestro, la gratitudine senza microfono. È il cuore che non si vede e che pulsa ai margini del quadro.

Quanti sono e come lavorano

L’orchestra di Sanremo è un piccolo esercito: circa 60 musicisti. I “professori” della RAIarchi, fiati, percussioni – affiancano la sezione ritmica: chitarre, basso, batteria, tastiere. Sono loro a dare il respiro contemporaneo ai brani, a saldare il pop con il sinfonico, la melodia tradizionale con la spinta del presente.

La settimana del Festival è un tour de force. Si lavora anche 15-16 ore al giorno: prove al mattino, aggiustamenti nel pomeriggio, diretta fino a notte. Le prove sono spesso blindate e iniziano settimane prima, a Roma o Torino: c’è da imparare una trentina di canzoni in gara, più cover e ospiti, in tempi strettissimi. Ogni arrangiamento richiede precisione chirurgica: un cambio di tonalità, un ponte più corto, un finale tenuto due battute in più perché “così respira meglio”. Qui il punto centrale si svela: l’orchestra non accompagna; l’orchestra costruisce la canzone dal vivo, mattone su mattone.

Il direttore d’orchestra è il ponte. Ogni artista può portare il proprio maestro, e per questo ne vediamo tanti alternarsi. La bacchetta non è coreografia: tiene insieme 60 persone, spegne gli spigoli, apre lo spazio a una voce che, ogni sera, è leggermente diversa. E quell’inchino che noti in tv non è rito vuoto: è riconoscenza per la musica dal vivo, che vibra e cambia come un organismo.

Tecnica, storia e piccoli riti

C’è anche l’innovazione. Lo spartito digitale ha sostituito molti leggi spartiti: tablet retroilluminati riducono fruscii, evitano pagine che volano con l’aria condizionata, consentono aggiornamenti lampo dell’arrangiamento. È logistica, ma fa la differenza quando l’adrenalina sale.

In alcune serate entra in gioco il voto dell’orchestra. È un giudizio tecnico, spesso temuto dagli artisti: chi sta in buca “sente” subito se un brano regge l’armonia, se il testo si appoggia bene alla melodia, se c’è una stonatura che scappa. Non è severità: è mestiere.

Un passaggio storico dice molto del legame tra Sanremo e i suoi musicisti. Negli anni Ottanta l’orchestra sparì a favore delle basi registrate. Le critiche furono feroci. Nel 1990 il ritorno, voluto dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ristabilì l’equilibrio: senza l’energia del vivo, Sanremo perde pezzi di sé. E come dimenticare il 2010? Il celebre “lancio degli spartiti”: protesta plateale dei musicisti dopo un podio contestato e l’esclusione di una cantante apprezzata come Malika Ayane. Quel gesto raccontò una verità semplice: l’orchestra non è arredo, è coscienza critica del Festival.

La prossima volta che senti partire un intro e ti sembra di riconoscere il brivido, prova a immaginare 60 mani che respirano insieme. Forse, sotto la tv accesa, sentirai anche tu quel respiro che fa comunità. E ti verrà voglia di restare un attimo in silenzio, per ascoltare meglio ciò che non si vede.