Mattarella si commuove per Sanremo: ecco perché la musica colpisce anche i “grandi”

Una sala solenne, voci che si intrecciano, un Presidente che trattiene un ritornello che sa a memoria. È successo al Quirinale, dove un gesto semplice ha raccontato più di mille cerimonie: la musica pop parla a tutti, anche a chi indossa la gravità delle istituzioni.

laura pausini e il presidente mattarella
Mattarella si commuove per Sanremo: ecco perché la musica colpisce anche i “grandi”

Un evento storico al Quirinale

Per la prima volta, le porte del Quirinale si sono aperte ai cantanti di Sanremo 2026. Non una visita di rito. Sergio Mattarella ha accolto Carlo Conti, Laura Pausini e i “Big” con una frase che pesa: “La musica pop è patrimonio culturale dell’Italia”. Poi il momento che spiazza: “Azzurro” intonata in coro. Il Presidente sorride, segue le parole, confessa di ricordarle tutte. Non canta “per non disturbare il coro”. Un gesto piccolo, eppure enorme.

Il potere emotivo della musica

Perché colpisce? Perché la serietà dello Stato che legittima una canzone come si fa con Verdi o con un premio Nobel cancella il vecchio muro: alta e bassa cultura non esistono quando l’emozione è vera. E quando un uomo pubblico si lascia toccare, autorizza anche noi a non trattenerci. Sembra poco, invece è un ribaltamento. Quante volte ci vergogniamo di dire che una hit ci fa venire i brividi?

Quando la musica tocca la biografia

Qui si apre il punto centrale. La canzone non è solo suono. È memoria che prende forma. Mattarella ha ricordato il suo primo Sanremo, nel 1951, da bambino. Non è nostalgia casuale: la ricerca sul tema delle “memorie autobiografiche evocate dalla musica” mostra che un brano riconosciuto riattiva immagini, odori, volti. Lo fa in fretta, senza chiedere permesso alla logica. Il cervello collega una melodia a un’estate in spiaggia, a una cucina piena di voci, a una radio d’epoca. Questo spiega perché la stessa canzone, risentita dopo anni, sembra aprire una porta segreta.

La musica come legame con il passato

Non riguarda solo i più giovani. Negli anziani, la musica conserva un filo robusto con il passato e sostiene l’umore. Non è retorica: chi ascolta un brano legato alla propria storia ricorda più dettagli e li racconta meglio. Lo vediamo nelle famiglie, lo confermano gli studi. È anche il motivo per cui un ritornello di Modugno o di Celentano accende tavolate intere: memoria condivisa, identità che si riconosce.

La scienza del brivido condiviso

C’è poi la biologia del brivido. Quel fremito che sentiamo sulle braccia ha un nome e una base fisica. Una quota ampia di persone (circa metà, in media) prova il “frisson” con alcuni passaggi musicali. Il corpo rilascia dopamina, il respiro cambia, il battito segue il ritmo. Quando si canta insieme, succede di più. Cori e platee mostrano una sincronia sociale misurabile: il respiro si allinea, il cuore si assesta su tempi simili, l’umore sale. Studi su cori amatoriali parlano di endorfine in aumento e stress che scende. È la chimica della compagnia. È anche per questo che “Azzurro” cantata in gruppo dentro il Quirinale unisce, commuove, scioglie il protocollo senza violarlo.

Il riconoscimento della musica pop come patrimonio culturale

Il riconoscimento pubblico conta. Dare alla musica pop lo status di patrimonio culturale non è una carezza simbolica: è una scelta che valorizza lavoro, artigianato sonoro, scrittura. Toglie l’alibi del pregiudizio e libera l’ascolto. Da lì si capisce perché si emozionano anche i “grandi”: perché la canzone li porta a casa, li riporta bambini, li fa essere persone prima che ruoli.

Forse è tutto qui, in un’immagine semplice: un Presidente che trattiene un ritornello per non coprire il coro. La prossima volta che una canzone parte alla radio, in auto o in cucina, proviamo a non zittirla. Quale porta segreta si apre, quando smetti di fare finta di niente?

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