Musica d’élite, paga un po’ meno: il paradosso economico dei professori di Sanremo

Dietro i riflettori di Sanremo c’è un suono che non si vede. Sessanta musicisti, partiture segnate a matita, mani gelide che diventano fuoco all’attacco. Non sono comparse del Festival: sono professionisti che reggono il palco con il respiro. Eppure, quando si spegne la sigla, resta un conto che non torna.

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Chi suona davvero all’Ariston

Non sono “turnisti” qualsiasi. L’Orchestra di Sanremo è un organismo vivo, diviso in tre anime.

C’è il nucleo storico: l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, tra le istituzioni musicali più antiche d’Italia. Archi, legni, ottoni: i colori classici che disegnano le canzoni.

Ci sono i musicisti aggiunti, selezionati dalla Rai con audizioni rigide. Entrano solo profili con curriculum solidi e lettura a prima vista impeccabile.

E poi la sezione ritmica: batteria, bassi, chitarre, tastiere. Spesso sono i nomi che trovi nei tour degli artisti internazionali, quelli che in studio ti risolvono un brano in un take.

Fuori da Sanremo, questi professori d’orchestra insegnano nei Conservatori, suonano come prime parti in filarmoniche, registrano come session men per dischi che ascoltiamo in radio. Per loro il Festival è una parentesi di “militanza” estrema: zero fronzoli, massima resa.

Il lavoro non inizia a febbraio. A gennaio ci sono circa tre settimane di prove a via Teulada, studi Rai. Si scrive, si corregge, si lima. Le parti cambiano di giorno in giorno, perché gli arrangiamenti devono reggere la diretta, la tempo map, il fiato del cantante.

Arrivati all’Ariston, la giornata è una maratona. Ore 10: prove con i cantanti, modifiche tecniche, check con fonici e regia. Pomeriggio di prove generali. Poi la diretta, che finisce spesso dopo le due. Tra trucco, attese e palco, si superano le 15 ore. Per più sere di fila.

E qui, a metà, sale la domanda che brucia.

Il conto che non torna

Quanto vale questa competenza? La paga base parla chiaro, e fa discutere. La diaria media si aggira intorno ai 50–60 euro netti al giorno. A questo si somma lo stipendio base Rai (per chi è dipendente) o il gettone per i liberi professionisti. Sulle quattro settimane complessive, tra prove e dirette, il totale si muove in un range di 2.500–3.500 euro lordi.

Le cifre possono variare in base all’inquadramento, agli accordi sindacali e agli anni di servizio: non esistono dati pubblici unici e definitivi per ogni profilo. Ma il punto resta: se dilui quel compenso sulle 15–16 ore di lavoro quotidiano, sotto stress e con responsabilità enormi, l’orario effettivo si paga poco. Soprattutto se lo paragoni ai cachet dei conduttori o degli ospiti.

Perché allora accettare? Per prestigio. Perché “Sanremo” sul curriculum apre porte: un tour, una colonna sonora, una cattedra ambita. Perché suonare in mondovisione è un banco di prova che non puoi simulare in nessuno studio.

Qualcuno racconta di dita distrutte dalle mute cambiate al volo, di archi consumati in una settimana, di rullate riscritte alle 18 e suonate perfette alle 21.25. Qui passa la differenza tra chi sa “andare a tempo” e chi sa reggere un Paese in ascolto.

Il paradosso economico resta. Eppure, ogni anno, quando l’orchestra attacca l’intro e l’aria vibra, ti accorgi che quel suono ha qualcosa di artigianale e insieme eroico. La domanda allora non è solo quanto costa. È: quanto vale, per noi che ascoltiamo, sapere che là sotto c’è ancora musica fatta da persone in carne e ossa?

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