Che fine hanno fatto le Signorine Buonasera? Il tramonto delle regine del sorriso che ci davano la buonanotte

Una stanza in penombra, il telegiornale che sfuma, un vestito elegante, un sorriso pacato. Per molti, la giornata finiva così: con una voce gentile che dava la buonanotte al Paese.

Che fine hanno fatto le Signorine Buonasera? Il tramonto delle regine del sorriso che ci davano la buonanotte
Che fine hanno fatto le Signorine Buonasera? Il tramonto delle regine del sorriso che ci davano la buonanotte

Oggi quel saluto non arriva più. Ma l’eco delle “regine del sorriso” continua a farsi sentire.

Erano le Signorine Buonasera. Una presenza breve, ma nitida. Annunciavano il palinsesto, introducevano un film, chiudevano una serata. Sembrava poco. In realtà tenevano insieme il ritmo della televisione pubblica. Una carezza formale, con parole scelte e tempi giusti. Chi è cresciuto con la TV generalista ricorda il rito: si spegneva il soggiorno, la giornata trovava una forma.

Dalle pioniere al mito domestico

La loro storia nasce con l’esordio della TV di Stato negli anni ’50. L’Italia scopre il piccolo schermo e trova in quelle annunciatrici Rai un punto fermo. Nicoletta Orsomando ne diventa il volto simbolo. Ha accompagnato generazioni, con stile asciutto e presenza sobria, fino a una vecchiaia serena (si è spenta nel 2021). Anna Maria Gambineri le è stata accanto in stagioni cruciali. In loro c’era un’educazione semplice: guardare in camera, scandire i titoli, essere ponte tra emittente e pubblico.

Molte pioniere hanno scelto una vita discreta negli ultimi anni. Eleganza fuori scena, la stessa di quando, in bianco e nero, la TV chiudeva le trasmissioni con l’inno. Altre hanno interpretato il cambiamento. Maria Giovanna Elmi, la “fata” della TV, è rimasta attiva. Frequenta studi e microfoni, mostra lo stesso sorriso solare dei ’70. Rosanna Vaudetti è diventata memoria vivente di quella stagione. La chiamano spesso per raccontare i retroscena, il lavoro dietro a due minuti perfetti. In quelle testimonianze si capisce la misura del mestiere: nulla era improvvisato.

La fine di un rito e ciò che resta

Poi la tv è cambiata. Canali tematici, palinsesti 24/7, digitale terrestre, internet e streaming. L’annuncio umano ha perso centralità. Le ultime annunciatrici, quelle degli anni 2000, hanno vissuto il passaggio più duro. Alessandra Canale ne è l’esempio più noto: da icona di continuità a semplice intermezzo fra spot e grafica di rete. Fino allo stop. La Rai ha chiuso ufficialmente la pagina nel 2016. Da allora la voce che introduce la serata è un bumper, un cartello elegante, una clip. Funziona, è rapido, ma non scalda.

Il perché è misurabile. Oggi scopri un programma dal telecomando, dall’EPG, dalle notifiche dell’app, dall’anteprima su una piattaforma on demand. La promessa è l’immediatezza. Il resto appare “fuori tempo massimo”. Non esiste però un archivio pubblico univoco che racconti, ruolo per ruolo, dove siano finite tutte le ultime colleghe: qualche intervista, molte memorie sparse. Segno che il passaggio non è stato lineare.

Cosa resta? Resta un lessico. Parole pulite, tempi giusti, senso del pubblico. Resta un’educazione dello sguardo, oggi rara. Resta un’idea di icone gentili, più servizio che divismo. Se ti capita di rivedere un filmato d’epoca, noterai la precisione. La tv parlava chiaro. Salutava e chiedeva spazio al silenzio della sera.

Non torneranno le Signorine Buonasera. Ma forse possiamo chiederci chi, oggi, ci dà davvero la buonanotte. Un autoplay, un banner, una notifica? O una voce umana, magari fuori dallo schermo, che mette un punto lieve alla nostra giornata digitale?

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